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	<title>Testate estere Archivi - GV Galimberti Photo</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Greta Valentina Galimberti</description>
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	<title>Testate estere Archivi - GV Galimberti Photo</title>
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		<title>Intervista ad Anthony Caleshu</title>
		<link>https://www.gvgalimberti.com/2017/06/21/intervista-ad-anthony-caleshu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[GVG Foto e Giornalismo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jun 2017 17:26:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Testate estere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anthony Caleshu è un poeta statunitense e docente di Scrittura Creativa. Dopo aver completato il MFA in Scrittura Creativa alla University of Alabama si è trasferito in Irlanda per seguire la sua fidanzata di allora, diventata poi sua moglie. Nella terra che Kavanagh definiva come possidente di un proprio esercito di 10.000 poeti, precisamente alla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Anthony Caleshu è un poeta statunitense e docente di Scrittura Creativa. Dopo aver completato il MFA in Scrittura Creativa alla University of Alabama si è trasferito in Irlanda per seguire la sua fidanzata di allora, diventata poi sua moglie. Nella terra che Kavanagh definiva come possidente di un proprio esercito di 10.000 poeti, precisamente alla National University of Ireland di Galway, ha conseguito il dottorato. Dal 2003 detiene, prima come assistente e poi come titolare, la cattedra di “Poetry and Creative Non-Fiction” alla University of Plymouth (Devon, UK). Anche se ha trascorso la maggior parte della sua vita fuori degli Stati Uniti, nella sua scrittura sente ancora l’influenza della tradizione americana. </i></p>
<p><b>Come e perché hai deciso di diventare poeta? Si può dire che tu l’abbia deciso in qualche modo, a un certo punto?</b></p>
<p>Come molti scrittori, ho iniziato a prenderla seriamente per via di un’insegnante, Lee Upton, una grandissima poetessa, scrittrice e critica. Ho studiato con lei al Lafayette College della Pennsylvania durante la laurea triennale, e il suo entusiasmo e incoraggiamento, così come un paio di piccoli premi letterari del College, mi hanno indotto a pensare alla poesia come a un mezzo di sostentamento. Non sono mai pianificato di diventare un poeta, ma l’ossessione che ho per l’editing e la revisione del linguaggio &#8211; la gioia assoluta che mi pervade quando riesco a mettere le parole giuste nell’ordine giusto! &#8211; significa che tutto questo è ciò che amo inseguire di più. Sono diventato <i>Professore di Poesia</i> a Plymouth da più di cinque anni, ormai, ma ho ancora uno strano rapporto con questo titolo (come scrisse Heaney, è un titolo che ti è dato in opposizione a uno col quale ti identifichi tu stesso). Tutto ciò che posso realmente fare è scrivere nel modo migliore che posso… e sperare che ciò che scrivo sia nel campo della poesia, anche quando si tratta di prosa.</p>
<p><b>“Victor Poems” è un titolo complesso e particolare per una raccolta di poesia. Puoi spiegarci il suo significato e la ragione per cui hai deciso di intitolare così il tuo lavoro?</b></p>
<p>Vincitore (traduzione letterale del vocabolo <i>victor</i>), come dice una delle poesie, “significa così tante cose per così tante persone”. Ci sono state alcuni Vincitori straordinari in letteratura. Non tutti erano esseri umani magnanimi. Il Vincitore, e l’uomo che persegue esserlo, potrebbe essere simile a Dio, ma lui (e loro) sono anche auto-investiti e ingaggiati in una versione di mascolinità che risulta problematica. Sono ‘eroi di un dramma vuoto’, come canta la voce nella prima poesia, e ancora si tratta di un dramma che trovo affascinante. La denotazione di “Victor” come vincitore, qualcuno da celebrare, è messo in evidente tensione fin dall’inizio, e spero che le poesie percorrano l’onda della tensione attraverso tutte le 42 parti che compongono la raccolta.</p>
<p><b>Come hai iniziato a scrivere “Victor Poems”? In che modo ti è arrivato alla mente?</b></p>
<p>Una conversazione con un buon amico mi ha fatto pensare al “Vincitore” come un amico che valesse la pena inseguire. Ciò che può far desistere una persona da questo proposito (la famiglia, eccetera) per la posizione non certo invidiabile (almeno nelle vite di questi narratori) delle esplorazioni artiche della compagnia tra gli uomini (proprio il tema del vostro numero) è diventato il soggetto di queste poesie più di tutto il resto.</p>
<p><b>Da dove vengono le tue poesie, e in che modo? Qual è il tuo processo di scrittura?</b></p>
<p>Io gioco molto col linguaggio. Sono più che altro un revisore e un editor… un manipolatore di parole affinché facciano ciò che voglio che facciano (esprimere una sorta di gioia nei suoni e nel significato che le costruiscono). Le mie poesie per la maggior parte saltano fuori all’improvviso, attraverso e per mezzo di un frammento di linguaggio che mi permette di entrare in un mondo immaginario &#8211; una finzione con la quale spero abbia una qualche rilevanza o una qualche relazione &#8211; al mondo reale… ma che, alla fine, trova una certa libertà nella finzione.</p>
<p><b>Cos’è la poesia per te?</b></p>
<p>Un trasferimento di energia dallo scrittore al lettore.</p>
<p><b>Tu non sei solo un poeta, insegni anche ad altre persone a scrivere. In letteratura sentiamo spesso che al giorno d’oggi è difficile trovare buoni scrittori e poeti nel vero senso della parola, persone che giochino con le parole e la lingua per costruire qualcosa di veramente bello solo per il piacere di farlo, senza pensare al tornaconto monetario. Pensi che si possano ancora trovare, da qualche parte?</b></p>
<p>Io credo che tu abbia colpito nel segno. La poesia è più di tutto il resto piacere (“delizia” è la definizione classica). Troppo spesso perdiamo quel senso di piacere, e la poesia diventa solo qualcosa per cui “ne vale la pena”. I poeti e i critici del XX secolo, Pound a Barthes, hanno espresso qualcosa di ciò, e certo è che i migliori poeti là fuori lo sanno chiaramente… e ci coinvolgono (emozionalmente, persino fisicamente) con un linguaggio che è ambizioso aldilà del mondano, al di là del pratico e del prosaico &#8211; al di là della comunicazione di idee che si riducono semplicemente in informazioni &#8211; che è il modo in cui parliamo tra noi nel il nostro quotidiano. La poesia è un volo e una salvezza dal quotidiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Clicca qui per leggere l&#8217;articolo originale: <a href="https://www.latigredicarta.it/2017/02/20/intervista-ad-anthony-caleshu/">https://www.latigredicarta.it/2017/02/20/intervista-ad-anthony-caleshu/</a></p>
<p>Clicca qui per leggere le poesie di Anthony Caleshu tratte dal volume &#8220;The Victor Poems&#8221; e tradotte in italiano: <a href="https://www.latigredicarta.it/2017/02/20/victor-poems/">https://www.latigredicarta.it/2017/02/20/victor-poems/</a></p>
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		<title>Intervista a Lucy Durneen</title>
		<link>https://www.gvgalimberti.com/2017/05/28/intervista-a-lucy-durneen/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[GVG Foto e Giornalismo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 May 2017 22:15:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Testate estere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>in Fashin News Taking pictures is savoring life intensely, every hundredth of a second. Apr 2, 2017 2 Comments Adrian Cusnir Photographers tend not to photograph what they can’t see, which ...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La scrittrice britannica Lucy Durneen, autrice del racconto <i>Gesti Spontanei</i> (in lingua originale <i>Wild Gestures</i>), si racconta a <i>La</i> <i>Tigre di Carta </i>per esprimere quali siano per lei i valori della scrittura e della Letteratura. Scrittrice di racconti, poesia e <i>creative non-fiction</i><i></i>, nata a Cambridge e al momento residente nella parte sud ovest dell’Inghilterra, è anche docente di Letteratura Inglese e Scrittura Creativa, nonché assistente editoriale della rivista letteraria <i>Short Fiction</i>. La sua prima raccolta di racconti verrà pubblicata nel 2017 dalla casa editrice australiana Midnight Sun.</p>
<p>Che significato ha questa storia per te?</p>
<p>Un paio d’anni fa andai a una conferenza sui racconti e frequentai un laboratorio di scrittura con lo scrittore americano Robert Olen Butler, che in quell’occasione parlò dell’idea di “desiderio manifesto”. Nella scrittura, disse, il desiderio è la forza motrice dietro la trama: «Il personaggio brama, il personaggio fa qualcosa in relazione a quella brama e qualche genere di forza, o altri desideri, cercheranno di bloccare il compimento di quella brama». Anche se credo di averlo sempre capito istintivamente, quella fu la prima volta in assoluto che ci pensai davvero. Mi chiesi cosa sarebbe successo se mai avessi messo tutto il mio desiderio, per le persone, i luoghi, le situazioni, in un solo posto. Non avevo idea se avrebbe potuto funzionare o meno, o se sarebbe stato troppo, troppo crudo o espositivo. <i>Gesti Spontanei</i> è il risultato. Per me è stato molto significativo il fatto che i lettori sembrassero entusiasti della storia, che in qualche modo era cominciata come un esperimento per poi diventare forse una delle cose più vere che io abbia mia scritto.</p>
<p>C’è un significato nascosto, al di là della superficie?</p>
<p>Molte persone mi hanno chiesto se questa storia riguardasse qualcuno in particolare. Di solito chiedono se i due personaggi siano poi vissuti felici e contenti. Nella storia accade che gli amanti – i <i>non amanti</i> – si stancano delle rispettive vite e quasi certamente non si incontreranno più, anche se vorrebbero. Dopotutto, è una storia di desiderio. Nella vita reale su internet si trovano articoli che ti dicono come barcamenarti con questo genere di sentimento. Ciò che questi articoli dicono sempre è: lasciateli indietro, all’aeroporto. E che succede se non puoi?</p>
<p>Nella finzione puoi far accadere tutto ciò che vuoi, ma nello spirito del desiderio manifesto io non volevo dare a quei personaggi una soluzione facile. La vita non ci dà soluzioni facili, o lieti fini, e non soddisfa il nostro desiderio. Quando le persone me lo chiedono, se la storia ha un significato nascosto, se ho scritto di qualcuno in particolare, questo è ciò che dico: Sì, l’ho fatto. Ho scritto di ogni uomo che io abbia conosciuto nella mia vita.</p>
<p>Come hai cominciato a scrivere questa storia? Da dove hai preso ispirazione? Come e dove questa storia ha avuto inizio?</p>
<p>Il racconto ha richiesto molto tempo, per certi versi. Ha preso vita sotto forma di una storia completamente diversa intitolata <i>Le Vie dei Fornai sono Misteriose</i>, riferimento obliquo ad Aleksandar Hemon, così come al fatto che la storia fosse incentrata sul potere sedativo delle torte; in quel periodo leggevo anche molto Murakami. Si trattava di due persone che si incontrano soltanto nelle aree d’attesa delle partenze degli aeroporti e si innamorano in questi strani mondi-di-mezzo, questi spazi in cui non sei né qui né lì, ma sempre in movimento. Però, non suonava mai bene. Ho lasciato la storia sola per qualche mese, finché non si è di nuovo fatta strada a gomitate nella mia testa, in un periodo davvero scomodo, proprio quando avevo bisogno di fare altre cose; insegnare, fare ricerca, essere una buona madre. Alla fine, l’ho scritto in ventiquattro ore. Dopodiché non ho più cambiato una virgola. L’ho inviato a uno degli uomini a cui mi ero ispirata. «Dannazione», ha detto.</p>
<p>Generalmente da dove arrivano le tue storie, e come?</p>
<p>Molte delle mie storie vengono da un posto “reale”, ma con reale non intendo strettamente autobiografico. A volte sento una conversazione interessante su un treno, o visito un luogo che mi fa pensare a cosa mai sarebbe potuto accadervi. <i>Gesti Spontanei</i> ha finito per essere ambientato a Berlino perché ci ho vissuto, e potevo visualizzare la città molto chiaramente mentre scrivevo. Una storia potrebbe iniziare da un fatto tangibile, un momento di pura realtà, ma poi diventa sempre qualcos’altro. Il padre dei miei figli è stato a lungo malato e in quel periodo ho scritto molto di ospedali, precipizi, confini – ma non ho davvero notato questo schema ricorrere finché lui non morì. Come dice Chris Kraus in <i>I love Dick</i>, «Tutto ciò che accade [nel libro, <i>N.d.A.</i>] è accaduto prima nella vita reale, ma non si tratta di una raccolta di memorie». Tutto è vero, quando scrivi; anche le bugie che dici le dici soltanto per provare a mascherare le cose più vere che conosci.</p>
<p>Cosa significa la scrittura per te?</p>
<p>Scrivere per me è tutto. Qualche anno fa dovetti sottopormi a un’importante operazione chirurgica. L’ultima cosa che dissi all’anestesista fu «Non lasci che mi facciano niente che mi impedisca di scrivere». «Non ci andiamo neanche vicino, al suo cervello», rispose lui, e mi addormentò. La mia più grande paura era che svegliandomi non sarei più stata in grado di scrivere, o di pensare abbastanza chiaramente da poter scrivere. A volte ci sono quei momenti nei quali le parole non vengono, e di solito me ne preoccupavo, ma adesso capisco che queste cose capitano a cicli; i tempi tranquilli sono quelli in cui raduni le storie, noti le cose. Spesso ci si mette mesi per scriverle, queste cose, e a volte persino anni.</p>
<p>Come, quando e perché hai deciso di diventare una scrittrice? E, a proposito, l’hai mai veramente deciso?</p>
<p>Quando avevo tre anni dissi ai miei genitori che volevo fare la scrittrice. «Ma non è un lavoro», disse mia madre. Mio padre non disse niente, ma sorrise. Scambiammo uno sguardo che diceva <i>vedremo</i>. Mio padre è uno scrittore. Da lui ho imparato che c’è bellezza nella precisione – che <i>lacrimare</i> non è lo stesso di <i>piangere</i>, che cambiava moltissimo dire <i>carino</i> quando in realtà quello che intendevi era stupefacente, estatico, eccezionale. Lui mi leggeva <i>Dracula</i> e <i>Sogni Australiani</i> e, più avanti, i grandi poeti russi come Puškin, e io realizzavo che è possibile che i peli dietro il collo ti si rizzino mentre leggi, come se le parole fossero un incantesimo. Mio padre mi mostrò che i libri sono mondi stranieri, e da quel momento io ne rimasi catturata. Non c’è mai stata un’altra strada. Ora, come disse Hemingway, «Ho bisogno di scrivere per essere felice». Non posso immaginare la mia vita senza la scrittura.</p>
<p>Qual è il genere che preferisci scrivere?</p>
<p>Scrivo più che altro racconti, che credo possano essere considerati come finzione letteraria, anche se amo molto la fantascienza e vorrei esplorarla un po’ di più. Recentemente ho trovato che il mio lavoro non si adatta a nessuna particolare categoria. Sto per pubblicare una poesia, in America, su un giornale di “letteratura ibrida”; la poesia è lunga cinque pagine e per certi versi è più un pezzo di narrativa breve. C’è molta fluidità tra le due forme; le poesie crescendo si avvicinano o si allontanano dal racconto, i racconti prendono molto dalla voce poetica. Mi piace l’idea che, come succede con l’identità umana, la scrittura creativa non possa essere singolarmente definita o confinata, e che sempre più riviste letterarie stiano abbracciando questo concetto. «La forma è un’espressione del contenuto», come dice Coetzee… non puoi sapere che cosa qualcosa diventerà finché non è finito.</p>
<p>Quali sono le letture preferite di Lucy Durneen?</p>
<p>Prima pensavo di leggere per “evadere” dal mondo reale, ma adesso sono sicura che sia l’opposto – io leggo per provare a comprendere quale sia il mio posto nel mondo reale. Al momento sto leggendo <i>Il museo dell’innocenza </i>di Orhan Pamuk, ma ogni tanto dò un’occhiata anche a un po’ di <i>non-fiction</i>; <i>Prisoners of Geography</i><i></i>, che tratta di geopolitica, e <i>Déjà vu and the end of History</i><i></i> di Paolo Virno. Quando scrivo mi piace leggere <i>non-fiction</i> – non interferisce e non “compete” con il mio lavoro allo stesso modo in cui lo fanno le voci dei romanzi o dei racconti.</p>
<p>Cosa significa per te Letteratura?</p>
<p>Quando vivevo a Cambridge ospitavo uno studente dell’<i>Open Mic Poetry Night</i><i> </i>col poeta inglese Caron Freeborn, indirizzato agli studenti. Il nostro slogan era «Le parole hanno potere». I nostri studenti ci avrebbero chiesto cosa c’entrasse la poesia, e noi avremmo risposto così: le parole sono contrabbandate dai campi di concentramento, attraverso gli avamposti di confine, al di là di mari e monti. Le parole vengono ingoiate e ricordate e bruciate in noi così che possano sopravvivere. Questo è il motivo per cui scriviamo. Questo è il motivo per cui leggiamo. Oggi più che mai è importante ricordare quanto sia vitale che le nostre storie sopravvivano. Rischiamo tutto per loro perché le nostre personalità, le nostre comunità facciano altrettanto.</p>
<p>E la <i>tua </i>Letteratura?</p>
<p>Mi interessa scrivere momenti straordinari di vite ordinarie e penso – spero! – che questo tocchi il cuore delle persone che leggono il mio lavoro. Qualche anno fa faticavo a trovare il modo giusto per esprimere un sentimento particolare, una certa qualità esperienziale, e mi venne dato questo consiglio: «Tutto ciò che devi fare è scrivere la storia del cuore umano». Come se fosse facile! Però non ho mai scordato quelle parole. Alcuni pezzi arrivano più facilmente di altri, ma c’è sempre quello che io cerco di fare – mostrare qualcosa della vita in tutta la sua violenta, assurda bellezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Clicca qui per leggere l&#8217;articolo originale: <a href="https://www.latigredicarta.it/2016/07/30/intervista-a-lucy-durneen/">https://www.latigredicarta.it/2016/07/30/intervista-a-lucy-durneen/</a></p>
<p>Clicca qui per leggere la traduzione del racconto &#8220;Gesti spontanei&#8221;: <a href="https://www.latigredicarta.it/2016/07/30/gesti-spontanei/">https://www.latigredicarta.it/2016/07/30/gesti-spontanei/</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.gvgalimberti.com/2017/05/28/intervista-a-lucy-durneen/">Intervista a Lucy Durneen</a> proviene da <a href="https://www.gvgalimberti.com">GV Galimberti Photo</a>.</p>
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		<item>
		<title>Plymouth: quando la storia è sospesa sull&#8217;oceano</title>
		<link>https://www.gvgalimberti.com/2017/05/27/plymouth-quando-la-storia-e-sospesa-sull-oceano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[GVG Foto e Giornalismo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 May 2017 00:19:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Testate estere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>in Fashin News Taking pictures is savoring life intensely, every hundredth of a second. Apr 2, 2017 2 Comments Adrian Cusnir Photographers tend not to photograph what they can’t see, which ...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.gvgalimberti.com/2017/05/27/plymouth-quando-la-storia-e-sospesa-sull-oceano/">Plymouth: quando la storia è sospesa sull&#8217;oceano</a> proviene da <a href="https://www.gvgalimberti.com">GV Galimberti Photo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Buongiorno a tutti! Ben approdati alla rubrica di viaggio.</p>
<p>Per questo primo articolo vorrei portarvi in giro per una città che amo molto ma che in pochi conoscono, nella quale ho passato l’ultimo anno della mia vita. Parlo di Plymouth, UK.</p>
<p>In questo viaggio vi accompagnerò in un tour immaginario della città, seguendo una sorta di linea temporale e procedendo lungo i luoghi di maggior interesse storico e culturale. Pronti? Andiamo.</p>
<p>Plymouth è una pittoresca cittadina situata all’estremo sud-ovest della contea del <strong>Devonshire</strong>, Regno Unito, e che si affaccia sia sul Canale della Manica sia sull’estuario del fiume Tamar, la cui placida corrente divide il Devon (come la contea è comunemente chiamata dai locali) dalla magnifica Cornovaglia. Si trova a tre lunghissime ore e mezza di treno da Londra, sulla First Great Western Train Line in direzione Penzance, ma una volta arrivati il risultato le vale tutte.</p>
<p>Questa bellissima città che vista dal mare sembra adagiata sull’acqua ha cominciato la sua esistenza come un piccolo villaggio fondato durante l’età del ferro, proprio nell’area che adesso va dal l’affascinante Barbican, il porto storico della città, al <strong>Royal William Yard</strong>, una cittadella militare usata per l’addestramento della Marina Reale fino alla fine degli anni ’90. La sua posizione privilegiata, difficilmente attaccabile e, in caso, facilmente difendibile, ha reso Plymouth uno dei maggiori porti di scambio commerciale di epoca romana e, in seguito, una delle principali basi militari della Marina Reale nei secoli.</p>
<p>Iniziamo il nostro giro proprio da qui, in modo da ammortizzare il colpo d’occhio che ferisce lo sguardo per la sua bellezza: il golfo antistante la città, la zona localmente chiamata “<strong>The Hoe</strong>” che va dal Mount Edgcumbe (Cornovaglia) all’intero Plymouth Sound. Il profumo del mare è la prima caratteristica che colpisce i sensi, insieme con il canto stridente di centinaia di migliaia di gabbiani. Il mare aperto è uno spettacolo meraviglioso, di un blu incredibile, in contrasto con il tenue verde dei curatissimi Queen Elizabeth Gardens, al centro dei quali si staglia il faro di Plymouth, al secolo “<strong>Smeaton Tower</strong>”, silenziosa vedetta protettrice della città.</p>
<p>Fu proprio da qui che nel 1588 la flotta di Elisabetta I partì per fronteggiare l’Invincibile Armata. I magnifici velieri, le cui riproduzioni originali in scala sono conservate al Plymouth City Museum and Art Gallery, erano stati costruiti proprio nel cantiere navale locale, lungo il fiume Tamar, che ancora oggi viene chiuso periodicamente al transito dei ferryboat per via del collaudo di navi e sommergibili. Da qui partirono anche molte delle navi di <strong>Sir Walter Raleigh</strong>, corsaro e favorito della regina Elisabetta I, alla scoperta delle Indie Occidentali e all’arrembaggio di navi da carico di preziosi pronte per il saccheggio, così come i velieri dell’ammiraglio <strong>John Hawkins</strong> (1532-1595), nativo di Plymouth, il cui nome è talmente malvisto da rappresentare un tabù. La sua intuizione riguardo le potenzialità economiche del commercio degli schiavi lo indussero a diventare il primo negriero inglese della storia, ma gli valse anche la perenne inimicizia del suo popolo. Non vi sono strade, piazze o ponti a lui intitolati, in Inghilterra, e persino nei libri di storia a lui si fa soltanto un brevissimo accenno. Soltanto al Plymouth City Museum and Art Gallery viene conservato un suo ritratto, l’unico di tutta l’Inghilterra, che i responsabili volontari della mostra permanente riferiscono essere esposto unicamente per la sua importanza storica. E’ infatti appeso nella sala principale, ben nascosto in un angoletto sperduto, poco visibile e male illuminato della parete nord, a quattro metri d’altezza.</p>
<p>Se poi pensiamo a un altro dei favoriti della Regina Elisabetta I, il navigatore e corsaro Francis Drake, ci accorgiamo che a Plymouth ogni cosa parla di lui: Francis Drake Hall, Francis Drake Building, Drake Circus, Francis Drake Street, tutto sembra voler ricordare colui che circumnavigò il globo per il puro piacere di provare che si poteva fare, e che al ritorno fu insignito del titolo di cavaliere dalle mani della stessa regina. Un eroe locale, famoso in tutto il mondo e rivestito di romanticheria, diventato ispirazione di innumerevoli film, spettacoli, romanzi e sceneggiati. Al di là della romanticheria, invece, Francis Drake ha prestato il nome anche a un altro luogo, qui a Plymouth di grande bellezza ma di ben diversa natura. Guardando al largo sul Plymouth Sound in lontananza sono visibili tre isolette molto vicine tra loro, la cui natura selvaggia è tanto affascinante quanto inquietante. Le <strong>Francis Drake Island</strong>, al tempo in cui la città era esclusivamente una base della Royal Marine, fungevano da prigione, in cui la detenzione era particolarmente dura: dato il poco spazio a disposizione e la gran quantità di vegetazione, le celle dei detenuti erano sotterranee, di solito senza finestre. Le uniche ad averne si trovavano molto al di sotto del livello del mare, chiuse ermeticamente con materiali che impedisse all’acqua di entrare nella cella. Affacciandosi, il detenuto vedeva intorno, sopra e sotto di sé, nient’altro che la scura acqua del fondale.</p>
<p>L’informazione più scioccante, però, l’ho avuta proprio oggi passeggiando per il museo. Avete presente Pocahontas? La principessa indigena del Nord America? Non quella dei cartoni animati, quella vera. Lei, proprio lei, quando nel 1615 venne in Inghilterra con suo padre approdò a Plymouth, prima terra straniera su cui  si posarono i suoi piedi, per poi proseguire verso Londra e la corte di re Giacomo I.</p>
<p>Procedendo invece verso est, mantenendoci sulla lunga passeggiata che costeggia il mare, troviamo il <strong>Barbican</strong>, il pittoresco porto di Plymouth. La prima cosa che si percepisce del Barbican è l&#8217;odore: quel misto di alghe, mare salmastro e fritto di pesce che non lascia spazio a dubbi riguardo al fatto di trovarsi nelle immediate prossimità di un porto. Poi si cominciano a vedere le barche a vela, ormeggiate ai moli del porticciolo, che dondolano dolcemente al ritmo della corrente. Tavolini e panchine seminano il lungomare, ed edifici pittoreschi e antichi svettano sul lato opposto della strada. Qui all’angolo, tra l’altro, proprio sul ciglio dell’acqua, c’è uno dei migliori negozi di <i>fish and chips</i> della contea. Il <i>dock</i>, o molo, è costellato di pub pittoreschi a picco sull’acqua e di baracchini che vendono cibo da strada, birre di ogni genere, brandy e whiskey delle migliori qualità, mentre più all’interno del quartiere si trovano deliziosi negozi e boutiques di tutti i generi. Questa è anche la casa della celeberrima <strong>Plymouth Gin Distillery</strong>, dove viene prodotto il gin più apprezzato al mondo per il suo carattere e la sua finezza; alla <i>Distillery</i>, munita di cocktail bar e ristorante, cibo e bevande a base di gin sono veramente da capogiro.</p>
<p>In questo porto, nel 1615, attraccò la nave che portò in Inghilterra la Principessa Pocahontas, nativa nordamericana meglio nota nel mondo britannico come Rebecca Rolfe, il nome che acquisì col matrimonio col marito John Rolfe e la conseguente conversione al Cristianesimo. Il molo del porto di Plymouth fu il primo luogo che i suoi piedi sfiorarono, per poi proseguire verso Londra e la corte di re James I.</p>
<p>Procedendo verso l’interno, poi si trovano le rovine della chiesa anglicana di <strong>Charles Church</strong>,  bombardata nel 1941 dalle forze aeree tedesche, le cui mura sono le uniche rimaste antecedenti la guerra in tutta la città; sì, perché come per Charles Church, la Luftwaffe prese di mira l’intera città di Plymouth per la sua importanza strategica e militare: le migliori navi e sottomarini da guerra potevano partire dalla baia di Plymouth e raggiungere la Germania in men che non si dica. Il prezzo di questa nomea fu pagato in un giorno del 1941, quando un bombardamento aereo tedesco rase al suolo il centro della città e gran parte dell’area antica del porto. Successivamente, Patrick Abercrombie in persona (illustre architetto e artefice del piano regolatore di ricostruzione di Londra del 1943 insieme a J. H. Farshaw) riprogettò daccapo l’intera città e la ricostruì, permettendole di diventare ciò che rappresenta oggi.</p>
<p>A pochi metri di distanza dalla Charles Church possiamo trovare il <strong>Drake Circus</strong>, il centro commerciale locale, in cui fare una passeggiata è un piacere anche per chi lo shopping non lo ama affatto. Al suo interno si trovano librerie, coffee bars, negozi di abiti e accessori di ogni genere e prezzo, persino un gradevolissimo negozio di saponi artigianali dai profumi delicatamente esotici e dalle forme e colori più strani.</p>
<p>Se voltate le spalle al Drake Circus avrete modo di vedere l’inizio di North Hill, la strada principale e più trafficata di Plymouth, che come il nome suggerisce scorre da nord a sud e taglia la città quasi perfettamente a metà. Dando le spalle al Drake Circus, ai due lati di North Hill, si trovano le due principali strutture locali, quelle che danno lustro al nome di Plymouth: la Plymouth University a sinistra, e il Plymouth City Museum and Art Gallery sul lato destro. Il Plymouth City Museum and Art Gallery è una struttura bianca molto bella che racchiude la maggior parte dei tesori della città: c’è un’ala dedicata alle mostre temporanee di arte e fotografia contemporanea, ma il resto del museo ospita le collezioni permanenti di oggetti antichi e preziosi provenienti da tutto il mondo. Per comprendere la profonda essenza di questo luogo dobbiamo fare un grande salto temporale, fino ai primi del Novecento, quando l’energica avventuriera Gertrude Margaret Lowthian (1868-1926) decide che la sua vita è l’esplorazione. Parte dalle coste di Plymouth per girare il mondo, esplorarlo e scoprirne le culture. Dagli angoli più remoti della terra per più di vent’anni invia oggetti, opere d’arte, pezzi d’artigianato indigeno, ritrovamenti archeologici, grandi pezzi di storia al museo di Plymouth. Cina, Egitto, Australia, isole sperdute, Asia Minore, Iraq, Palestina… ogni angolo di mondo è rappresentato in queste stanze. La donna, nonostante la sua generosità e la sua totale dedizione nel creare il museo di Plymouth, non è mia riuscita a visitarlo. Oggi la popolazione locale lo tiene in vita anche per lei. Un altro esploratore, infine, lasciò la sua impronta nel museo: Robert Falcon Scott (1868-1912), l’esploratore nativo di Plymouth che fece parte della spedizione Endurance alla scoperta dei ghiacci dell’Antartide su di un paio di sci, tuttora conservati in una teca insieme ai suoi calzettoni e al suo casco protettivo.</p>
<p>La <strong>Plymouth University</strong>, da ultimo, è insieme alla base della Royal Navy la principale risorsa della città di Plymouth. Il campus, molto esteso e circondato da una sorta di cinta muraria che lo rende quasi una cittadella a sé stante, annovera al suo interno vie e piazze dai nomi altisonanti che dividono i vari e pittoreschi Fitzroy Building, Smeaton Building, Roland Levinsky Building, Rolle Building e chi più ne ha più ne metta. Le grandi curiosità, però, sono le villette denominate Portland Villas (nelle quali si trovano gli uffici dei professori) e il cosiddetto Marine Building, edificio dedicato quasi esclusivamente all’educazione accademica degli ufficiali della Royal Marine, al cui interno si trovano incredibili cabine di simulazione nautica per la conduzione delle navi passeggeri, militari e da carico. Un’altra affascinante particolarità del campus è dato dalla <strong>Plymouth Uni Letterpress</strong>, la stamperia dell’università, nella quale Paul Collier, il Mastro Stampatore, insegna agli studenti come effettuare stampe artigianali con il torchio a mano. Le sessioni durano tre ore, durante le quali la guida esperta di Paul guida le mani degli studenti passo dopo passo, con passione e dedizione  tali da trattare quelle vecchissime macchine (quasi duecento anni di età) come membri della famiglia e coinvolgere i tirocinanti con un adorabile senso dell’umorismo e una vera passione per il suo lavoro. Le lezioni in stamperia sono molto famose in università, e accedono l’immaginazione di chiunque voglia provare a cimentarsi in un lavoro di estrema precisione manuale, con ordine, estrema attenzione e delicatezza.</p>
<p>Plymouth è una città che può essere magica, se visitata e vissuta con lo spirito giusto: la sua esistenza è stata segnata dalla storia e dall’avventura, dall’esplorazione e dalla scoperta. Questa è l’ottica in cui ogni viaggiatore dovrebbe mettersi per approdarvi. Spero che un giorno la sua magia conquisti anche voi. <i>Bon voyage.</i></p>
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